Era presto. Il mio primo giorno nella scuola nuova. Mi avevano aggiunto in una classe già avviata: tutti i gruppi già formati, un indirizzo diverso dal mio. Non ci sono molte cose simili tra il liceo scientifico e il liceo delle scienze umane. Volevo cambiare aria, dopo tutto quello che avevo vissuto l’anno prima. Ero stata promossa, ma avrei preferito non esserlo: non me lo meritavo. Avevo dovuto fare altri due mesi in quella orribile classe, dove ero l’emarginata. Avevo passato tutto quel tempo dall’inizio della scuola a cercare un altro istituto. Mi avevano accettata in questo. All’inizio non ci credevo: era l’unico in cui pensavo di non avere speranze… e invece era l’unico ad avermi accettata.
Ero alla fermata della metropolitana. Avevo appena preso il pullman e dovevo fare dieci fermate di metro per arrivare alla nuova scuola. Avevo le cuffie, il cappuccio: faceva freddo. Aspettavo da due minuti quando vidi un gruppo di ragazzi della mia età. Non ci feci troppo caso. Avevo la musica a tutto volume: Olivia Rodrigo, poi Ariana Grande, i Coldplay, e Adele.
Arrivò la metro. Entrai in una carrozza. Avevo paura di essere lì da sola: una ragazza di quindici anni circondata da persone, soprattutto uomini. Ma qualcuno attirò la mia attenzione: un ragazzo si avvicinò e cercò di parlarmi. Io feci finta di non accorgermene. Alla fermata scesi e un sacco di persone scesero con me. Anche lui. Ma io ignorai tutto e continuai a camminare ascoltando 7 Rings di Ariana Grande.
Arrivai davanti all’edificio maestoso della scuola. Sembrava un palazzo reale dell’Ottocento… solo pieno di studenti svogliati. Il direttore mi accolse: un uomo sulla sessantina, pochi capelli grigi, occhi scuri nascosti da occhiali spessi, un sorriso a tratti inquietante. Giacca e cravatta, e una valigetta da avvocato dei primi del ’900.
— Buongiorno, lei è nuova qui. Mi ricorda come si chiama?—
— Sono Daphne Trigona, professore. La ragazza che viene dal liceo scientifico — risposi rispettosa.
— Ah sì! Ti abbiamo aggiunta alla 2D. Conosci già qualcuno o hai richieste?—
— No, non conosco nessuno. La 2D andrà benissimo.—
— Perfetto. Puoi seguire la vicedirettrice. Lei ti accompagnerà in classe.—
La vicedirettrice era una donna sulla cinquantina, ma li portava malissimo: molto magra, bassina, piena di rughe; capelli neri con sfumature grigie, occhi azzurro chiaro che sembravano lanciare maledizioni solo guardandoti.
Mi portò al secondo piano, davanti alla 2D. Bussò. Tutti si alzarono in piedi terrorizzati. L’insegnante invece era una bellissima ragazza: media statura, lunghi capelli biondi in una coda alta, occhi verdi, vestita in modo formale ma con un sorriso caldo.
La vice direttrice sgusciò via. La professoressa Mattei mi presentò:
— Ragazzi, oggi si aggiunge a noi Daphne. Arriva dal liceo scientifico Galileo Ferraris. Puoi sederti laggiù, dove c’è il banco libero.—
Cercai il banco. Il mio compagno di banco era… il ragazzo della metro. Dentro di me morivo, ma almeno pensai che almeno avevo la scusa del “non ti avevo visto”.
Mi sedetti. Lui sorrise.
— Hey, ciao! Sono Federico. Quello che ti stava rompendo le scatole prima in metropolitana. Scusami… ma penso tu sia molto carina.—
Io, confusa risposi:
— Oddio, grazie! Avevo le cuffie troppo alte. Non ti avrò sentito. Comunque, io sono Daphne. Piacere.—
Lui rise, imbarazzato.
— Come si scrive? Dafne con la F o Daphne con la PH, tipo inglese o francese?—
— Daphne, con PH. Anche i latini lo scrivevano così. Come Apollo e Daphne.—
— Oddio, abbiamo una secchiona precisina qui! Dovevi avvisarmi! — disse ironico.
— In realtà niente affatto. Solo… amo le materie umanistiche.—
Lui rise ancora.
Federico era alto, magro, con capelli scuri, occhi quasi neri, le mani piene di vene e le unghie mangiucchiate. Proprio da film americano: il tipo che conquista tutte.
All’intervallo volevo starmene sola. Invece arrivarono le “mean girls”, e mi bastarono 30 secondi per capire che la capetta, Beatrice, aveva una cotta per Federico. Figlia di una Torino ricca e borghese, andava in giro stilosa e truccata. Mi disse di stare attenta, ma io la ignorai.
Passarono quattro mesi. Gennaio. Io avevo la media più alta della classe. Federico era ai miei piedi e Beatrice mi odiava. Avevo molte amiche e la mia preferita era Claudia: piccola, timida, piena di luce dentro. Emarginata solo per il colore della pelle, era una delle persone più belle che avessi mai conosciuto.
La vita sembrava davvero andare bene.
Poi un giorno, uscendo da scuola…lo vidi.
Alessandro.
Il passato travestito da incubo.
Lui: il motivo per cui ero diventata anoressica. Per cui avevo iniziato a tagliarmi. Per cui avevo tentato di morire. O forse uno dei motivi, quello che dava un senso più concreto al mio malessere.
Mi fissò e il mondo si gelò.
Federico mi chiese cosa avessi. Io lo indicai e lui rise:
Alessandro era il fidanzato di Beatrice.
Il mio cuore esplose.
Mi avvicinai, gli tirai uno schiaffo, e dissi:
— Non ti avvicinare mai più alla mia nuova vita. Per colpa tua ho rischiato la vita.—
Lui ridacchiò:
— Ti sono mancato, Daphy-do?—
— Bastardo! Mi hai rovinata. Ho perso 30 kg, sono insicura, ho tentato il suicidio per colpa tua! Ora sei soddisfatto?!—
— Dai, ti ho migliorata. Eri grassa. Ora sei carina. Dovresti ringraziarmi.—
Io, tremando:
— Dillo alla tua ragazza come mi chiamavi: la Big Daphne? Miss XXL? O preferisci ricordare quando venivi a ridere mentre vomitavo?—
Lui si zittì. Federico era dietro di me: sconvolto.
Mi prese. Mi abbracciò mentre piangevo e tremavo. Andammo in un parco. E io gli raccontai tutto: la paura del cibo, i tagli, l’ospedale, il deodorante, la depressione, la musica come ossigeno, il terrore di essere presa in giro.
Gli mostrai cicatrici e foto.
Lui mi abbracciò.
Mi disse che da allora non sarei più stata sola.
Lo baciai.
Da quel giorno qualcosa dentro di me cambiò.
Una sera, a casa, restai davanti allo specchio a guardarmi: eravamo solo io e il mio riflesso, senza Federico, senza complimenti, senza Beatrice, senza Alessandro. Io e il mio riflesso.
Respirai profondamente.
Poi mi guardai davvero per quella che ero.
Non cercai la pancia piatta o le cosce sottili.
Cercai me.
E mi vidi:
• con i capelli biondi e ribelli
• gli occhi grandi verde acqua
• le lentiggini come costellazioni non decifrabili
• una ragazza viva, non sopravvissuta, VIVA.
Per la prima volta, senza bisogno di essere accettata da qualcuno…
mi trovai bella.
Non perfetta.
Ma bella perché esistevo.
Perché avevo vinto.
Perché avevo scelto me stessa.
Mi toccai le cicatrici, dalla prima all’ultima, dalla più evidente alla più nascosta, da quelle causate dai tagli a quelle causate dall’accendino, ogni singola cicatrice.
E invece di vergognarmi e di piangere, mormorai:
“Sono la prova che ci sono ancora, sono viva, ho vinto, ho vinto.”
E sorrisi.
Uno di quei sorrisi che nascono piano, e restano impressi.
Arrivò così il ballo della scuola, organizzato, ironia della sorte, proprio insieme alla mia ex scuola. Io andai con Federico. Mancavano pochi giorni al mio sedicesimo compleanno.
Arrivammo a Cascina Marchesa: sembrava un altro mondo.
Luci soffuse. Musica nel petto.
Ragazze che sistemavano il trucco.
Ragazzi che facevano finta di essere sicuri.
Federico mi teneva la mano come se potesse chiudere le porte del passato.
Vidi Claudia: un vestito blu che brillava, i capelli raccolti in boccoli luminosi.
— Sei stupenda, Daphne.
Per la prima volta… le credetti. Credetti ad un complimento che mi aveva fatto qualcuno che non fossi io.
Poi tutto si fermò.
Entrò Alessandro.
Il mio stomaco si richiuse.
Federico lo notò.
— Guardami. Ci sono io adesso.—
Ma Alessandro si avvicinò.
— Sei dimagrita ancora. Ti fa bene la dieta, eh?—
Sentì una lama nel petto.
Federico fece un passo avanti.
Io lo bloccai.
Questa volta dovevo essere io a vincere.
— Sono sopravvissuta a te. Questo ti dà fastidio, vero?—
Lui tacque, non disse una parola, ma sembrava molto perplesso.
— Mi hai tolto tanto. Ma non tutto.
E sai cosa ho capito? Che l’ultima parola… è mia.—
I suoi occhi tremarono.
Aveva perso.
La musica riprese.
Federico mi prese la mano:
— Non sapevo fossi così forte.—
— Nemmeno io.—
Iniziò A Sky Full of Stars dei Coldplay.
E in quel momento, per la prima volta, io… brillavo.
Ballammo fino alla fine della notte, sotto il cielo gelido di Torino.
— Promettimi che da oggi in poi non combatterai più da sola.—
— Lo prometto.—
Lui mi sfiorò la guancia.
Poi mi baciò.
Non come nei film.
Meglio.
Perché era reale.
Era nostro.
Era l’inizio di una storia che parlava di rinascita.
E della forma che può prendere la luce quando smetti di spegnerla.
Martina Piermatteo, 1 LES