Erano quasi le sette, stavo aspettando l’autobus che mi avrebbe portato a scuola. Indossavo dei jeans Baggy, una felpa larga, ascoltavo come sempre Calcutta e fumavo una sigaretta per riscaldarmi, quando l’autobus arrivò. Salii, mi sedetti e rimasi in silenzio, immerso nei miei pensieri. Ero stanco e assonato.
A scuola mi aspettava una di quelle mattinate in cui hai due ore consecutive della materia che odi, ma non puoi fare altro che stare lì in silenzio a ascoltare. A un certo punto l’autobus si fermò, salì parecchia gente e due occhi limpidi come acqua e freddi come il ghiaccio mi colpirono profondamente. Mi persi in quello sguardo, «oculi sunt in amore duces» pensai, quando la folla dei passeggeri si diradò vidi finalmente a chi apparteneva cotanta bellezza. Vidi una ragazza bassa, magra, con la pelle così candida da sembrare neve, i capelli marroni e leggermente mossi, ma soprattutto un sorriso che avrebbe sciolto anche il dio del Sole se fosse stata lì a vederla. Si sedette di fronte a me, ci scambiammo uno sguardo e lei sorrise. Iniziai subito a fantasticare, pensando di rivolgere la parola, ma nel giro di poco tempo scomparve. Passò la giornata, ma non la vidi più. La mattina seguente mi catapultai alla fermata, più veloce di Ermes, sperando di incontrare di nuovo quella che a tratti sembrava una Dea. Salito sull’autobus mi misi al posto del giorno prima e aspettai il suo arrivo, sperando con trepidazione di incontrarla ancora. Alla fermata, avevo il cuore in gola. Mi calmai solo nel momento in cui vidi nuovamente quegli occhi di ghiaccio, «sine dubio ella erat». Si sedette allo tesso posto del giorno prima. Ci guardammo e questa volta mi sorrise con gli occhi, o almeno così mi parve, perché in fondo «gli occhi non mentono mai». Mi resi presto conto che questa cosa sarebbe durata finché uno dei due non avesse avuto il coraggio di parlare all’altro. Nei giorni seguenti non potei verificare se i miei ragionamenti fossero fondati perché nessuno dei due ebbe il coraggio di prendere l’iniziativa, anche se incontravo quei due iceberg ogni mattina.
Riuscii a parlarle solo dopo un’intera settimana. ‘’Ciao’’, le dissi quasi sussurrando. Dentro di me mi maledissi per la mia mancanza di originalità. Finito di presentarmi, lei rimase qualche secondo in silenzio e poi mi disse ‘’finalmente ti sei deciso a parlarmi…tieni questo, io ora devo scendere’’. Mi diede un biglietto. Quello che c’era scritto mi stupì: ‘’Immagino che prima o poi ti deciderai a parlarmi. Questo l’ho preparato quando ti ho visto per la prima volta. Ecco il mio numero’’ firmato Eleonora. Neanche il tempo di finirlo che arrivò la mia fermata. Scesi, andai a scuola e rilessi quel biglietto centinaia di volte, come se fosse una reliquia. Appena uscito da scuola, copiai il numero dal bigliettino e le scrissi. In questo modo, iniziò una sequela di messaggi: lei era simpatica e gentile, ma a tratti più fredda dei suoi occhi di iceberg. Mi parlò della sua vita, di tutti gli amori che le avevano mandato il cuore in frantumi e di tutte le volte in cui qualcuno si era approffittato di lei. Non sapevo cosa dirle, ma in fondo la capivo. Per questo le scrissi, semplicemente, ‘’Ti capisco bene, Ele’’. Da lì più nulla. Non mi arrivò più nessun messaggio. Ricordo che passai ore a piangere sul mio letto, in attesa di notizie, ma nulla finché, a un certo punto, mi scrisse scusandomi per essere sparita. Disse che era stanca di incontrare gente che le diceva ‘’Ti capisco’’ m poi aggiunse ‘’Io stasera non ho niente da fare, se vuoi ci potremmo vedere’’ aggiungendo, alla fine, il suo indirizzo.
Senza pensarci due volte, mi vestii e uscì. Ci vedemmo sotto casa sua, la salutai, la presi per mano e iniziammo a camminare. Lei rimaneva in silenzio, la sua pelle era morbida e candida proprio come avevo immaginato, a un certo puto un sospiro e poi queste parole: ‘’Allora, vogliamo parlare o facciamo come Catullo e Lesbia, io non ti parlo e tu mi scrivi lettere?’’. Rimasi impressionato e le risposi ‘’Potremmo anche fare come Amore e Psiche, dipende da quello che preferisci tu!’’. Scoppiamo a ridere e, con aria di sfida, mi disse ‘’Non ti facevo così colto’’.
Continuammo a chiacchierare e scherzare. Mi colpì la sua cultura, sapeva veramente tantissime cose. Ad un certo punto mi chiese se per me fosse meglio l’Eros Celeste o l’Eros Volgare. Rimani impressionato da questa domanda: ‘’Sicuramente l’Eros volgare è quello che ci fa divertire di più, ma il più bello è quello Celeste, perché alla fine il sesso senza sentimento non è nulla’’.
A quel punto si fermò, mi guardò e iniziò a correre, come una bambina felice, sempre tenendomi per mano. Non capii il perché, ma vederla così felice mi faceva star bene. Poi si fermò, si girò e esclamò ‘’Non pensavo che avrei mai sentito nessuno rispondermi così!’’.
Io sorrisi e continuai a camminare mano nella mano con lei.
Dopo questi discorsi, il silenzio piombò di nuovo su noi. Mi fermai, la guardai negli occhi e le dissi ‘’Occhi sunt speculum animae’’. Lei sorrise e posò le sue labbra sulle mie, poi si tirò indietro, ci guardammo negli occhi: bastava questo per capirci. Le ripresi la mano e ricominciammo a camminare.
A un certo punto, la manica della sua maglia si ritirò, intravidi un taglio e mi fermai immediatamente. Lei, più furba della dea Glaucopide, capì subito il motivo e scoppiò a piangere: ‘’i prego, non giudicarmi, non lasciarmi qua come tutti gli altri!’. La abbracciai nel silenzio della notte squarciato solo dalle sue lacrime. In quel momento, lei mi apparve sotto una luce diversa: era debole e vulnerabile, nonostante quegli occhi celesti e quel sorriso così smagliante.
‘’Vai pure se vuoi, sei già rimasto per troppo tempo rispetto a tutti gli altri’’. La guardai ancora senza proferire verbo. Mi tirai su la manica della felpa e lei vide le mie braccia. In quel momento, capì che non me ne sarei andato. Smise di piangere e disse ‘’Tu, allora, puoi capirmi; stai capendo quello che provo’’ e ancora ‘’Ti prego, dimmi di sì, dimmi che mi capisci’’. La guardai. ‘’Quindi? Mi capisci? Dimmelo’’. Scoppiò di nuovo a piangere e cadde tra le mie braccia. Iniziò a piovere mentre eravamo ancora abbracciati e, seppur zuppi, corremmo a cercare un riparo. A Eleonora venne un’idea: ‘’Perché non andiamo a casa mia? Vivo da sola’’. Accettai e ci dirigemmo a casa sua. Una volta entrati, ci asciugammo mi diede un cambio e si cambiò anche lei. Quado si tolse la maglietta vidi tutti i tagli che aveva sulle braccia. Lei mi guardò e disse ‘’Vuoi fissarli ancora un po’?’’ indicando i tagli con lo sguardo. Rimani in silenzio: ‘’Scusami, non ce la faccio a pensare che c’è qualcuno che soffre così tanto da farsi questo, come me’’. Calò il silenzio. Lei si mise una maglia con le maniche lunghe, si sdraiò sul letto e mi invitò a fare lo stesso.
Mi prese il braccio, guardò tutti i segni che avevo e disse con aria triste ‘’Perché lo facciamo?’’. Nella mia testa c’era solo vuoto. Non avevo una risposta, o forse sì, solo che non ne avevo mai parlato con nessuno. La fissai in quegli occhi freddi e le dissi, quasi piangendo ‘’Perché preferisco sentire il dolore sulla mia pelle che dentro di me. È meno frustrante e, mi vergogno a dirlo, quasi mi piace il dolore sulla pelle’’. Lei mi rispose: ‘’Per me invece siamo così incapaci di esprimere agli altri il nostro dolore che, per esteriorizzarlo dobbiamo farci del male. Sì, è vero, ci feriamo, ma il male fisico è più piacevole di quello interno, è meno opprimente. Mentre lo fai, mentre la lama entra nel braccio, ci sembra quasi di gettare tutto il male fuori, di stare bene’’. Rimasi sorpreso. Non avevo mai sentito parlare nessuno dell’autolesionismo, comunque mai in modo così personale e diretto.
Dopo qualche secondo di silenzio, replicai: ‘’Secondo te perché ci piace così tanto?’’. Lei mi rispose quasi stizzita: ‘’Te l’ho detto. Perché è meglio il dolore fisico che quello interiore’’. Risposi in fretta: ‘’Certo, lo penso anch’io, ma potremmo avere tanti altri modi per sfogarci’’. Lei non mi diede né torto né ragione, ma semplicemente disse ‘’Ma allora perché non riesci a smettere?’’. Mi aveva fatto una domanda così dannatamente semplice da risultare complessa. Dentro di me conoscevo la risposta, ma ero titubante, quasi come se non lo volessi dire, così lei mi anticipò: ‘’So che può essere difficile ammetterlo però semplicemente per noi è così tanto bello e liberatorio che non ce la facciamo a smettere, più ferite ci procuriamo più ne vogliamo, è come una droga’’.
Mille pensieri passarono in quel momento nella mia testa, era come se avesse detto una cosa di cui ero consapevole ma che non volevo accettare. Pensai a una replica, ma alla fine decisi di non dire nulla. Poi tutto d’un tratto lei si alzò, si sdraiò sopra di me e posò di nuovo le sue labbra sulle mie. Quello che seguì, vorrei tanto raccontarvelo, ma ho ricordi vaghi. So solo di essermi svegliato svestito, nel mio letto. Non ero più a casa sua, con lei, ma sul mio comodino c’era un biglietto: ‘’Stessa ora, stesso posto, a stasera’’ firmato Elonora. Lì per lì non capivo. L’ultimo ricordo che avevo era quello di un bacio nel suo letto, ora invece ero nel mio! non capivo proprio come potesse essere accaduto, ma di una cosa ero certo: era stato tutto così piacevole che non misi in dubbio neppure per un attimo che sarei andato all’appuntamento. Durante tutta la giornata pensai a lei e soltanto a lei. Le comprai dei fiori e un peluche. Ero così tanto felice di rivederla che non mangiai per tutto il giorno preso dall’agitazione e dalle emozioni.
La sera mi presentai puntuale sotto casa sua. Lei non c’era, l’aspettai a lungo, ma lei non compariva. Citofonai, mi rispose dicendo che stava finendo di prepararsi e che sarebbe scesa da un momento all’altro. Aspettai ancora e ancora e ancora ma lei non scendeva mai. Citofonai un’altra volta, ma questa volta mi rispose una voce elegante e raffinata: ‘’Sì? Chi è?’’ Sentii dal citofono. Pensai fosse una parente, così risposi ‘’Salve, sono un amico di Eleonora, può dirle di scendere?’. La signora, con voce sconcertata e triste, si lamentò: ‘’Cos’è? Uno dei vostri soliti scherzi? Non basta esservi approfittati di mia figlia quando era in vita?’’. Io non capivo ‘’Signora, sono un amico di Eleonora, siamo usciti anche ieri! Me la può chiamare, la prego! Aveva detto che stava per scendere!’’. La signora replicò ancora una volta: ‘’Mia figlia è venuta a mancare nel 2017 per una serie di ferite che si era procurata da sola per colpa di certi soggetti che approfittavano di lei. Ora te ne puoi andare, per favore, ti supplico, vattene!’.
Io rimasi in silenzio, non sapevo più cosa dire. La ragazza con cui avevo parlato, con cui avevo trascorso una notte e che mia aveva risposto poco prima al citofono, in realtà era venuta a mancare tempo prima. La dea dagli occhi dighiaccio in realtà non era in vita, eppure io ci avevo parlato, ci ero uscito. Ne ero così sicuro. Buttai i fiori e il peluche, iniziai a piangere e mi misi su una panchina a pensare a tutto quello che era appena successo. Poi alzai la testa e la vidi, era proprio lei: ‘’Eccoti mia dea!’’, esclamai con entusiasmo. La abbracciai, ma lei sfuggì. Sentii solo un sussulto di vento con la sua voce e una frase ‘’Ubi tu, ibi ego’’. Poi più nulla lei non c’era più, era svanita nel vento. Io mi abbandonai a un sorriso amaro. Quello che era appena successo mia aveva lasciato senza forze. Decisi di tornare a casa, ma prima di salire, guardando verso il cielo, sussurrai ‘’Ubi tu, ibi ego, mea dea’’. Da quella volta non la incontrai più, ma a volte mi capita ancora di guardare il cielo ed esclamare, ‘’Ubi tu, ibi ego, mea dea’’.
Alessio Dimilito, II LES